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Le nebbie che gradualmente si sono sollevate dal suolo verso le zone pedemontane e collinari fino ai 600-700 m di quota, hanno reso queste località particolarmente fredde, considerato il fatto che in genere si trovano “riparate” dall’inversione termica. Infatti spesso le temperature risultano più alte nelle zone collinari e più fredde in pianura, perché l’aria fredda più pesante in condizioni di scarsa o nulla ventilazione tende a ristagnare al suolo.
Invece in questo episodio è successo il contrario: la nebbia presente in pianura in condizioni di aria satura (cioè con umidità al 100% che si ritrova sempre in condizioni nebbiose) si è sollevata andando a raffreddare gli strati immediatamente superiori; si sono così registrate temperature di qualche grado inferiore alla pianura considerata la quota maggiore.
Queste zone non abituate ad avere nebbia, galaverna e temperature fortemente negative, hanno creato danni parziali a molte piante arboree che non sono in grado di resistere all’azione del ghiaccio per molto tempo. Parlo soprattutto delle piante non indigene, che hanno subito più danni questa settimana che nell’ondata fredda avutasi nella seconda parte del mese di dicembre.
Anche gli ulivi che ultimamente stanno riscuotendo un discreto successo non sono rimasti esenti da problemi. Questo dovrebbe insegnare che non bisogna inserire nel nostro microclima varietà adatte a climi più miti, perché la natura prima o poi si andrà a riprendere il suo spazio.
Ormai eravamo abituati ad un clima via via più caldo, senza eccessi di gelo, ma non era il nostro clima. L’inverno al nord è fatto da nevicate, da gelate, da nebbia, magari anche da giornate più miti, ma l’inverno “vero” è questo. La natura va quindi rispettata in tutte le sue forme, lasciando spazio all’ecosistema tipico del luogo, senza andare incontro a “mode” che non tengono conto del territorio.
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